giovedì 2 luglio 2015

La corsa è inutile - Come elevare la cazzata ad arte nobile.

Allora, rieccoci qui, a neanche due settimane dalla splendida e bagnatissima giornata di Salzburg, a buttar giù di nuovo due cose a caso.





Ma prima, via con premesse ed avvertenze assortite:

1 - Stavolta NON si parlerà di race report, pettorali e gloriose medaglie da finisher, ultra-super-mega distanze e cose del genere. 

2 - Le cose che sto per scrivere NON costituiscono assolutamente una novità, anzi. Certamente c`è chi è venuto prima e ha scritto di più e meglio. Il mio intento dunque è solo quello di parlare delle coglionate che mi passano per la testa, senza fregare diritti d`autore e copyright o roba così. 

3 - C`è in realtà, un "punto di partenza" dialettico-forumistico (madonna come parlo difficile oggi - altro motivo per scoraggiarvi a leggere il resto) al minestrone che seguirà, ovverosia la discussione che si trova a questo link:

http://www.quotazero.com/forum/viewtopic.php?f=82&t=11060&start=320

Il forum in questione è un punto di riferimento per stronzi di ogni specie, alcolizzati impenitenti, bastardi senza gloria e Terzoristoristi; tutti comunque gran persone e grandi runner, e così metto a posto anche il politically correct. 

La discussione in merito è forse la più bella che sia mai apparsa su quel determinato forum, almeno di quelle alle quali in qualche modo abbia partecipato anche io: belle penne tipo il Dani @Body o il Barba Black, cazzate a ruota libera e filosofia da bar nella miglior tradizione Terzoristoristica. Il punto centrale parte più o meno a pagina 8-9, dateci una lettura se ne avete voglia, e magari vi risparmierete pure il presente delirio. 

Bene, direi che con le premesse siamo a posto. 

Dunque mentre la maggior parte dei lettori sarà tornata su Corriere.it a discutere di FMI, default e Grexit, oppure su FB a guardare le fighe (quantomeno i più intellettuali), restiamo ora più o meno in due a discutere (il sottoscritto più UNO che so che legge, perché questo post tutto sommato me lo ha un po`chiesto anche lui - per correttezza non ne farò il nome ma si sappia che oltre ad essere un grande ultrarunner quando ne ha voglia, ama i gatti e la fotografia). 

Ah, ULTIMA premessa, la più importante: potrei iniziare questo post scrivendo una cosa, e concludere sostenendo l`esatto contrario. Non fateci caso.

E allora, via!

La corsa è una cosa inutile. BOOM. Questo più o meno è il mantra che mi ha accompagnato nello scorso Inverno, in lunghe Domeniche trascorse in foresta mentre preparavo la mia prima 50 miglia (la SDW50 di inizio Aprile). 

Pensavo: massì, che mi frega, io vado avanti su questi interminabili sentieri, e non sto facendo nulla per gli altri, per salvare il mondo, per le testuggini delle Galapagos o contro il riscaldamento globale. Letteralmente, la mia corsa NON serve a niente e nessuno. 

Non vengo "pagato" per correre, dunque la mia corsa neppure serve all`economia familiare. 

Non ho sponsor, né "alimentari" né di abbigliamento o cose così (e in un`epoca in cui anche l`ultimo degli imbecilli su FB o Twitter se ne esce con cose del tipo "oggi ho testato la scarpa xy o il race vest yz, quasi mi sento parte di una specie in via di estinzione - e comunque lo ammetto, la mia è invidia del peggior tipo, rosicante - magna gomiti di quelle proprio inestirpabili), e dunque ecco che se c`è una cosa alla quale la mia corsa può servire, è il movimento dell`economia di aziende di gel e/o wafer, così come più banalmente di scarpe. 

Comunque, questo era uno sfogo a parte. Torno dunque immediatamente alla filosofia da bar.

Quando ho provato a scrivere una cosa del genere, intendo il fatto che la corsa sia una cosa inutile, è scattata la bufera (parlo sempre del mio unico lettore, sia chiaro), e magari scatterà anche adesso.

Mettiamola così: l`inutilità può anche essere una cosa bellissima.

"Il mondo" in senso ampio, si muove sempre di più sul concetto opposto: tutto DEVE essere utile. E che cazzo, penso io, se c`è una cosa che ancora può restare splendidamente inutile, bene così. 

Tutto perché il nocciolo del problema si trova quando si arriva al concetto di "allenamento".

Un`altra cosa che ho provato a pensare e scrivere, è l`idea che il giorno che cominciassi ad allenarmi PER qualcosa, finirebbe tutto (consecutio temporum da buttare nel cesso). Altra bufera: e come la metti con i limiti da esplorare, e la gioia dello stare insieme, e le nuove distanze, eccetera eccetera....

A me, così sul momento, viene in mente che tutte le cose appena citate (i limiti e lo stare insieme e tutto il resto) siano assolutamente raggiungibili senza tirar fuori per forza il concetto di allenamento. Mi piace stare alla Pecora Nera con gli amici e i bros del Terzo, così come farmi un`ora e mezza con Ari sul South Downs Way il Giovedì dopo la 50 miglia, e ancora appunto, trascorrere 8 ore sui sentieri e le piste dietro casa a inseguire la bellezza del niente, magari percorrendo stavolta un miglio in più. 

Cos`è allora che manca da questo discorso, cosa connota realmente il concetto di allenamento (ma potrei chiamarla forse, corsa utile?): semplice. La gara. Il pettorale. Il tempo. La medaglia di finisher

Eccola, l`idea di allenarsi PER qualcosa. Ci si allena PER partecipare ad una ultra (o ad una 5k, fa poca differenza in questo caso). Questo è più o meno chiaro. 

Però la domanda sorge spontanea: e se io per un motivo o per l`altro ti levo la possibilità di gareggiare (cose banali: hai un capo stronzo che non ti da libero quel singolo weekend, o magari la moglie che reclama una fondamentale gita all`Outlet di Serravalle), tu (un "tu" immaginario, ma potrebbe anche essere che mi stia rivolgendo a me stesso) cosa fai? Non "ti alleni" più? Non corri più? Vai a vedere le fighe su FB (vabeh, quelle si guardano comunque)? 

Oh, sembra che stia procedendo a caso, ma in realtà scavando nel profondo di tutta questa solfa, un filo conduttore lo si riesce a trovare (e vai con il mio quotidiano anacoluto). 

Cos`è in realtà che determina la nostra corsa? La partecipazione ad una o moltissime gare, o la gioia dell`inutilità? 

E soprattutto: ma perché sto scrivendo sta roba?

Semplice, perché tutti i casi ai quali ho fatto cenno (tranne quello della moglie all`Outlet, lo giuro) sono sovrapponibili alla mia singola esperienza.

Breve, brevissimo riassunto: ai tempi della bici, volevo correre (nel senso del "gareggiare") quanto più possibile. Per la gioia dello stare con gli amici e bla bla...

Poi l`arrivo della corsa, i primi trail, e ancora: cazzo, sta Domenica c`è il chilometro verticale di Roccaverano, DEVO andarci!!!

E poi il grande trasferimento tre anni fa: un salto geografico, culturale e pure "mentale".

Mesi trascorsi a pensare a come avrei fatto, ora che al Chilometro Verticale di Roccaverano non potevo più andare, e a cos`era ora la corsa senza i pomeriggi in faggeta col grande Sensei. 

Una sorta di FOMO (Fear Of Missing Out) nella quale però, e questa è stata la mia prima grande fortuna, sono stato "costretto" a passare, perché semplicemente non avevo alternative (e tuttora devo dire che, se ci mettiamo a discutere su quanto da noi NON si organizzino cose dove ci sarebbero ambienti incredibili per farlo, c`è da stendere un velo pietoso). 

Però...però piano piano ho trovato il modo di guardare oltre confine, di pensare di unire l`idea di un viaggio o di una vacanza (roba per me off limits da almeno 15 anni) alla possibilità di correre in posti nuovi, con gente nuova e in generale in un ambiente e in una comunità tutta da conoscere. E siamo poi a questo`anno: le due 50 miglia inglesi, e la 100k a Salzburg 15 giorni fa. 

E arrivo ad oggi. La mia "stagione agonistica" in senso stretto (pettorali, post Facebook gloriosissimi con tanto di medaglie e T-Shirt) è conclusa. Volevo correre quelle tre, e le ho corse. Volevo divertirmi, e l`ho fatto. Volevo il traguardo, volevo fare nuove amicizie e scolarmi un paio di birre con quelli giusti...bene, l`ho fatto. 

E´stato, da questo punto di vista, un anno buono. E sì, lo ammetto: mi sono perfino "allenato" per arrivare a Eastbourne, Knockholt Pound e Salzburg. Certo direte voi, senza allenamento ti attacchi a fare certe distanze. Vero, verissimo. 

Però...però...(ho quasi concluso eh, tranquilli) in questi giorni per vari motivi mi sono spesso trovato a guardare il soffitto di casa, e a rigirarmi tra le mani le medaglie Centurion, e tra i mille pensieri (tutti positivi ovviamente) ne ho isolato un paio che mi hanno poi dato l`ultima spinta a buttar giù sta roba. 

Primo: ora che la corsa mi ha dimostrato la sua utilità (fatta di "esperienze nuove" come quelle vissute in questi ultimi mesi), che ne è della gioia dell`inutilità e di tutto il resto?

Secondo: per quanto possa sembrare assurdo, oggi l`iscrizione una gara va programmata e pensata quasi con un anno di anticipo: e la entry list, e il feed, e le lotterie, ecc...e se l`anno prossimo però, per un motivo o per l`altro, NON riuscissi a partecipare a qualcosa alla quale tengo o che mi piacerebbe tanto vivere e correre, con che motivazione, con che idea troverei la voglia di uscire di nuovo di Domenica questo Inverno a farmi il culo su una qualche pista in piena foresta?  

Ed ecco l`illuminazione. 

Aspetta un attimo: ma non è che il punto in realtà sta nell`ESSERE, piuttosto che nel FARE, un (ultra)runner. 

Rileggendomi il race report della SDW50, ho trovato un passaggio alla fine nel quale avevo scritto: 

"Prima di addormentarmi però, mi guardo ancora un po´la medaglia Centurion e la bellissima maglietta finisher. Devo ammetterlo, hanno un sapore tutto particolare, indescrivibile. Ce l´ho fatta: sono, di nuovo, un ultrarunner."

Cos`è che determina il nostro essere runner (o ultrarunner che sia): il partecipare ad una certa gara? O piuttosto, il vivere running, ogni singolo cazzo di giorno. 

Nota a margine: sto rileggendo, credo per la terza o quarta volta, lo splendido "Eat and Run" (neppure vi dico chi l`ha scritto, se non siamo a Holy Bible, stiamo poco sopra).

A parte il fatto che ogni volta che ci si passano 10 minuti a sfogliarlo, ci si trova qualcosa di nuovo o di rivelatore, roba che possono permettersi quelli bravi come lo zio Scott.  

Ma la cosa che a me personalmente stavolta è saltata in testa, è l`idea appunto che "runner", stavolta nel senso più ampio possibile, sia uno stato d`animo, prima ancora che una condizione fisica raggiunta tramite l`allenamento. 

Conosco persone (ma per davvero) che non hanno mai partecipato ad una singola gara, e magari neppure mai lo faranno, ma cazzo se sono runner, anzi ultrarunner. 

E poi...running ad esempio può anche essere studio, tantissimo e fottutissimo studio. E´disciplina in un senso quasi "orientale" del termine (vabeh, qui c`è l`influenza dei miei ingloriosissimi passati nelle arti marziali): studio della forma di corsa, del passo, della respirazione, dell`alimentazione e di tutto il resto. 

Come scrissi insomma una volta in una qualche discussione in un qualche forum: a definire il runner, è tutto quello che fa quando non corre. 

Ebbene, io questa cosa la ribadisco, più convinto che mai. (E mettiamola così, la mia vuol essere anche una critica neppure troppo leggera a quelli che ti dicono "eh ma tu come ti alleni?" "eh ma tu avrai i tuoi segreti", ecc ecc...tranquilli, nessuno mi ha mai fatto domande del genere, ma diciamo che so che si fa spesso così.)

E a proposito di runner che per vari motivi non hanno corso o non corrono tuttora:

Consiglio della nonna: andare a leggere con devozione in pezzi di un grande scrittore di ultrarunning, semplicemente AJW, su IRunFar. Il suo anno sabbatico e il suo recupero da un infortunio di natura cronica e tutto il resto. Più invecchia e più migliora, il buon Andy. 

http://www.irunfar.com/2015/01/recoiling-the-engine.html

Poi, e qui davvero cerco un modo per chiudere il tutto: 



Lui, il mio Cinghialone. Ecco, lui, per me, rappresenta il riassunto estremo di tutte le puttanate che ho appena scritto. Non ha corso per un anno, per vari motivi. Poi è tornato (intendo, a gareggiare), con l`entusiasmo di un bambino (e di un Terzoristorista, va da sé) a prenderci a calci nel culo: e minaccia di continuare, eccome.

Mi mancava l`anno scorso, il fatto di non vederlo su un sentiero: ma non per questo improvvisamente aveva smesso di "essere" un ultrarunner. E parliamo di uno che, birre e barbe a parte, ne sa a pacchi veramente, di questa disciplina (vedi il discorso "studio continuo").

Potrei fare altri esempi, ma poi sembrerei il classico paraculo, e non mi sembrerebbe proprio il caso. 

Quello che farò nei prossimi mesi dunque? Facile. Correre (un po`di pausa in queste settimane estive, da Settembre spero poi di tornare a darci dentro sulle piste di cui sopra) e godermela sempre, anzi trovare nuovi modi per godermela di più. E leggere e imparare il più possibile da chi su questi sentieri ci è passato prima di me. 

E poi, SE avrò la possibilità l`anno prossimo di rimettermi un pettorale e andare a rompere culi la fuori (o a farmelo rompere, più probabile), tutte sudate guadagnate. A patto che fine giornata non mi rimettano in mano il the caldo come a Salzburg (e che cazzo va bene tutto, ma il the caldo alla fine di una ultra...aarrghhh!). 

E quindi tornando a bomba a tutto quanto e in conclusione: sì, la corsa è utile, eccome. Non alla pace nel mondo, non alla lotta al riscaldamento globale e neppure alle proprie tasche.

Forse, per quanto suoni paradossale o semplicemente incomprensibile, può invece essere utile a capire quanto sia bella e straordinariamente profonda la sua stessa inutilità. 

Temi comunque sempre da approfondire, da discutere o semplicemente buoni per annegare in una fresca IPA come Terzo comanda. 

Ci si vede sui sentieri. 

Come sempre, on trail.

Manu

P.s: Momento del professorino: "Gunhild" si legge con la "U", non all`ammmerigana! Made in Germany...Das Beste oder Nichts.


QUESTA...è la mia corsa. 



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